FAQs


"¢ Quanti sono i Rom presenti sul territorio italiano?,
"¢ Come è stata lanciata e poi dichiarata illegittima l'"Emergenza Nomadi" in Italia?,
"¢ Quali sono le stime delle presenze Rom, Sinti e Camminanti in Europa?,
"¢ Perché non esistono stime ufficiali sulle popolazioni Rom?,
"¢ I Rom sono nomadi?,
"¢ Se la maggioranza dei Rom è sedentaria, perché vivono nei campi?,
"¢ Cosa caratterizza le popolazioni romanì?,
"¢ Che lingua parlano i Rom?,
"¢ Quando i Rom sono arrivati in Europa?,
"¢ Cosa distingue fra loro le diverse comunità  romanì?,
"¢ Quali sono le attività  economiche dei Rom?



Quanti sono i Rom presenti sul territorio italiano?

Il calcolo del numero di Rom Sinte e Camminanti è particolarmente difficile in quanto i censimenti in Italia non rilevano dati sulle minoranze. Inoltre queste popolazioni sono articolate in gruppi fortemente eterogenei e mancano criteri condivisi per includere una persona come appartenente alle comunità  Rom, Sinti e Camminanti (RCS). Per questi motivi non esistono dati statistici ufficiali sulla presenza dei Rom ma solo stime approssimative, formulate da Enti ed Organizzazioni non governative.
Fino alla metà  degli anni novanta le cifre dichiarate (cfr. Opera Nomadi, Caritas) erano tra le 90.000 e 120.000 presenze, di cui più della metà  cittadini italiani (Sinti, Rom Abruzzesi, Camminanti Siciliani, Calderasa). A queste comunità  sono andate ad aggiungersi quelle arrivate dai Balcani a seguito delle guerre tra il 1991 e il 2000 e quelle giunte negli ultimi anni dalla Romania.
Secondo le stime più accreditate attualmente la presenza dei RSC in Italia è esigua e molto diversificata, cresciuta in seguito alle ultime ondate migratorie e compresa fra le 120.000 e 150.000 unità , pari a circa lo 0,23% della popolazione. Tra questi circa 70.000 sono cittadini italiani.



Come è stata lanciata e poi dichiarata illegittima l'"Emergenza Nomadi" in Italia?

La "Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità  nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia" è contenuta in un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 del 26 maggio 2008, che afferma l'obiettivo di voler "contrastare la situazione di estrema criticità  determinatasi in tali territori a causa dell'aumento dell'allarme sociale dovuto alla presenza massiccia di insediamenti di comunità  nomadi nelle aree urbane". In base a tale decreto sull'"Emergenza Nomadi" l'allora governo Berlusconi ha nominato i prefetti di Roma, Napoli, Milano commissari delegati "per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza" nelle regioni di Lazio, Campania, e Lombardia.

Le proroghe: Lo stato di emergenza, di durata annuale, sarebbe dovuto terminare il 31 maggio 2009 ma, contrariamente a quanto previsto, con un nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri veniva prorogato al 31 dicembre 2010, estendendolo a sua volta alle regioni del Piemonte e del Veneto. Trascorsi più di due anni dalla sua dichiarazione, un ulteriore Decreto prorogava la durata al 31 dicembre 2011 nelle cinque regioni interessate. Una situazione che il 12 settembre 2012 ha portato Amnesty International ad attaccare il governo con un pesante dossier sugli sgomberi forzati e la segregazione dei rom in Italia.

Il piano nomadi di Roma: A Roma, il piano nomadi annunciato nel luglio 2009 in applicazione dello "Stato di emergenza" dichiarata dal governo Berlusconi, ha dato il via a 470 sgomberi, alla chiusura di 10 grandi campi e a una spesa di circa 60 milioni di euro. Nei progetti del Campidoglio e della Prefettura, i nuovi campi dovevano essere 12: 7 fra quelli esistenti (Candoni, Salone, Castel Romano, Cesarina, Gordiani, Camping River, Camping Nomentano), che dovevano essere ampliati e ristrutturati. Tre quelli nuovi: La Barbuta, le altri due aree in XVI Municipio e in XIX Municipio. Un altro campo doveva essere "di transito".

Il Piano romano è stato dotato di 32,5 milioni di euro, di cui 19,5 dal Ministero dell'Interno, 5 milioni dalla Regione Lazio, 8 milioni dal Comune. Con tali risorse, Prefettura e amministrazione comunale hanno costruito un solo nuovo campo (La Barbuta, costo stimato: circa 10 milioni di euro) sui quattro nuovi previsti. Gli altri 3 (2 villaggi attrezzati e una struttura di transito da 600 persone) non sono stati mai realizzati.

La schedatura con le impronte digitali e le polemiche: Nel luglio 2008 Roma il prefetto Carlo Mosca si era fermamente opposto a una delle misure proposte dal ministero dell'Interno, la schedatura dei nomadi con la rilevazione delle impronte digitali. Mentre a Napoli questo sistema di rilevazioni entrava in funzione a Roma si creava un lungo braccio di ferro tra il prefetto e il ministero, retto dal leghista Maroni, alla conclusione del quale si era verificato un avvicendamento in prefettura con la nomina di Mosca a consigliere di Stato e la sostituzione con il prefetto Giuseppe Pecoraro.

I ricorsi e la sentenza della Corte di Cassazione: Sono stati l'European Roma Rights Centre e una famiglia rom ad ottenere nel 2011 dal Consiglio di Stato la sentenza 6050 dell'11 novembre che ha stabilito «l'illegittimità  del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008». Contro di essa il 15 febbraio 2012 il Governo Italiano presentava ricorso presso la Corte Suprema di Cassazione. Il 2 maggio 2013 Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiudendo ogni possibilità  di ulteriori appelli. Nel respingere il ricorso delle amministrazioni dello Stato e confermare la sentenza del Consiglio di Stato, la Corte di Cassazione ha condiviso il ragionamento dell'organo di giustizia amministrativa di secondo grado, secondo cui l'atto del Presidente del Consiglio dei Ministri era viziato da un difetto di istruttoria, perchè in nessuna parte di esso era rinvenibile traccia di un pregresso infruttuoso tentativo di impiego degli strumenti ordinari per far fronte alla situazione di emarginazione e disagio sociale collegata agli insediamenti di 'comunità  nomadi' nelle regioni interessate. Secondo la Cassazione, infatti, sotto questo profilo, la motivazione del d.P.C.M. appare priva di un elemento decisivo, perchè costitutivo della fattispecie legale, determinando un vizio di legittimità  per eccesso di potere.



Quali sono le stime delle presenze Rom, Sinti e Camminanti in Europa?

Le prime testimonianze accertate sulla presenza Rom, Sinti e Cmminanti nel continente europeo sono del quindicesimo secolo, attualmente le comunità  romanì rappresentano la più grande minoranza paneuropea e sono presenti in quasi tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa. Secondo le ultime stime fornite dal Consiglio d'Europa le popolazioni romanì che vivono nel continente europeo sono comprese fra i 12 e i 15 milioni, 9-10 milioni dei quali nell'Unione Europea, pari a circa il 2% della popolazione totale. Di seguito riportiamo le stime sulle presenze dei Rom nelle nazioni europee e la percentuale sulla popolazione totale.

  Nazione     Stima popolazione RSC     Percentuale sulla popolazione totale  
  Romania     2.000.000     9%  
  Bulgaria     750.000     9,3%  
  Spagna     700.000     1,7%  
  Ungheria     600.000     6%  
  Slovacchia     500.000     9,2%  
  Russia     450.000     0,4%  
  Serbia-Montenegro         400.000     3,8%  
  Francia     350.000     0,5%  
  Repubblica Ceca     250.000     2,6%  
  Macedonia     230.000     11,5%  
  Grecia     190.000     1,8%  
  Germania     150.000     0,1%  
  Italia     140.000     0,2%  
Fonte: Consiglio d'Europa
http://www.coe.int/AboutCoe/media/interface/publications/roms_it.pdf
http://www.santegidio.org/index.php?pageID=855&idLng=1062&res=1



Perché non esistono stime ufficiali sulle popolazioni Rom?

Rispetto ad altre popolazioni, l'unico strumento possibile per attribuire l'identità  Rom a una data persona è l'auto-identificazione: Altre minoranze hanno un'entità  statale di riferimento, una lingua comune o una stessa fede religiosa. La tecnica censuaria incentrata sull'auto-identificazione comporta però il rischio di una notevole sottostima perché molte persone appartenenti a questi gruppi mettono in atto strategie allo scopo di essere assimilati al resto della popolazione e spesso nascondono la propria identità  per evitare di rimanere vittime di stereotipi e pregiudizi.
Secondo il rapporto "No data - No progress", del giugno 2010 della Open Society Foundation promossa George Soros, "la carenza di dati sulle comunità  Rom rimane il maggiore ostacolo per valutare condizioni di vita e costituisce un limite, per i governi, alla messa in atto di politiche appropriate e alla possibilità  di valutarne l'impatto."



I Rom sono nomadi?

In Italia spesso i vocaboli nomade, zingaro e Rom sono considerati sinonimi invece, secondo le ultime stime, oltre il 90% delle popolazioni romanì risulta essere sedentario (Cfr. ANCI, Ministero dell'Interno). Il richiamo al nomadismo contiene gli ingredienti che legano queste popolazioni ai concetti di estraneità  e temporaneità  che sono stati i capisaldi delle politiche che hanno portato alla realizzazione dei campi sosta. La Commissione Europea Contro il Razzismo e l'Intolleranza (Ecri), nella documentazione sull'Italia ha invitato più volte ad abbandonare, nelle politiche che riguardano Rom e Sinti, il "falso presupposto che i membri di tali gruppi siano nomadi", in base ai quali viene attuata "una politica di segregazione dal resto della società ".
Fonte: Commissione europea contro il Razzismo e l'Intolleranza, Terzo rapporto Sull'Italia, pubblicato a Strasburgo il 16.05.2006:
www.coe.int/t/dghl/monitoring/.../ITA-CbC-III-2006-19-ITA.pdf
www.coe.int/t/dghl/monitoring/.../ITA-CbC-III-2006-19-ENG.pdf




Se la maggioranza dei Rom è sedentaria, perché vivono nei campi?

La maggioranza dei Rom arrivati in Italia nelle ondate migratorie degli anni Sessanta, Novanta e Duemila vivevano in abitazioni in muratura. La politica dei campi è iniziata in Italia verso la metà  del Novecento, in seguito all'arrivo di numerose famiglie Rom dai Balcani.
Nate in alcuni comuni del Nord, le politiche dei campi si sono diffuse in tutta la penisola fino ad essere regolate dalle leggi regionali degli anni Ottanta e sono accomunate dall'uso della categoria di nomadi. A partire dal Veneto (1984) molte Regioni hanno emanato norme per tutelare il "diritto al nomadismo" e alla sosta, regolando le modalità  di allestimento di aree attrezzate, denominate campi. Le leggi regionali, perciò, pensate per tutelare i gruppi itineranti, hanno finito per costringere tutte le comunità  Rom e sinte in un'unica identità  nomade, con la sola eccezione di Veneto, Toscana ed Emilia Romagna che hanno successivamente apportato modifiche ai loro ordinamenti per riconoscere la stanzialità  della maggior parte delle comunità .
L'azione pubblica risulta quindi incentrata prevalentemente su sgomberi e costruzione di campi attrezzati fortemente regolamentati e controllati, caratterizzati dalla localizzazione lontana dai centri abitati e dal trattamento amministrativo differente per ciò che attiene gli standard urbanistici e di edilizia residenziale. I campi esistenti in Italia possono essere autorizzati e attrezzati dalle pubbliche amministrazioni oppure informali, costruiti con materiali di recupero, camper e roulotte in aree nascoste ai margini delle città , privi della rete idrica e fognaria e di corrente elettrica. La caratteristica che accomuna i vari tipi di insediamenti è la dislocazione in zone marginali delle città  ed il trattamento stigmatizzante per chi ci abita.



Cosa caratterizza le popolazioni romanì?

Individuare i tratti comuni alle varie popolazioni romanì è un impresa complessa e dibattuta, un vero grattacapo per esperti e studiosi. Se si prendono in esame i documenti di identità  di Rom o Sinti si trovano cittadini italiani, cittadini comunitari, apolidi o extracomunitari. La lingua romanes non è parlata da tutti; non tutti vivono nei campi; non esiste uno Stato di riferimento; non esiste una religione comune; non ci sono uguali tradizioni e nemmeno il nomadismo è una caratteristica comune a tutti i gruppi. Per questi motivi le comunità  che si autodenominano Rom, Sinti, Travellers, Manus, Kalè, Camminanti ecc. sono state inserite in categorie transculturali prive di tratti sufficienti ad individuarle come distinte da elementi caratterizzanti, per alcuni aspetti simili e per altri diversi. (Cfr. Piasere, I Rom d'Europa, Laterza). Per molti studiosi nemmeno l'origine indiana può rappresentare un tratto comune. L'unico aspetto considerato comune da parte di molti studiosi è la marcata distinzione dalle popolazioni maggioritarie, accompagnata solitamente da una stigmatizzazione negativa. (Cfr. Piasere, Okely, Williams)



Che lingua parlano i Rom?

Il termine utilizzato per denominare l'insieme di dialetti intercomprensibili che costituiscono la lingua parlata dalla maggioranza dei gruppi rom e sinti è romanes, letteralmente questa parola è un avverbio e significa "al modo dei rom". I linguisti affermano che il romanes deriva da una variante popolare del sanscrito, imparentata alla lingua che attualmente si parla nel territorio dell'India del Nord-Ovest. Sono proprio gli studi e le scoperte dei linguisti e filologi che hanno permesso di ipotizzare la provenienza delle popolazioni rom e sinte dalle terre indiane. Moltissimi termini della lingua romanes derivano dal persiano, dal curdo, dall'armeno, dal greco e testimoniano il tragitto percorso dalle popolazioni romanì, dal subcontinente indiano fino in Europa, in un periodo storico compreso tra l'ottavo ed il dodicesimo secolo d.C.
La lingua romanes è spesso considerata una caratteristica comune a tutti i gruppi che si autodenominano Rom, Sinti, Manus o Kalè ma non tutte le popolazioni assimilate a tali gruppi parlano dialetti neo-indiani, fra loro ci sono ad esempio i Travellers irlandesi e i Camminanti siciliani. Un caso particolare è costituito dai gruppi che si definiscono Rudari, presenti in Italia, Stati Uniti, Serbia Russia e Bulgaria, attualmente parlano un dialetto rumeno del Settecento ma alcuni studiosi affermano che in passato parlassero il romanes e che abbiano abbandonato tale lingua per sfuggire alla schiavitù.
Oggi il romanes è lingua minoritaria riconosciuta in Austria, Germania, Finlandia e Svezia e rappresenta la lingua ufficiale del distretto di Suto Orizari in Macedonia e di Budesti in Romania. In Italia Rom e Sinti non sono riconosciuti come minoranza linguistica.



Quando i Rom sono arrivati in Europa?

Le ipotesi più accreditate affermano che i primi gruppi di Rom sono partiti dall'India intorno all'anno Mille. Attraverso lo studio del romanes sono state individuate influenze e periodi di permanenza in Persia, Kurdistan e Grecia. Dalle testimonianze di viaggiatori e religiosi sappiamo che la prima ondata migratoria di Rom è giunta in Europa Occidentale nei primi decenni del Quattrocento, quando sono arrivate le prime compagnie con lettere di protezione del Re d'Ungheria, Imperatore del Sacro Romano Impero. Il flusso di comunità  Rom e Sinte probabilmente non si è mai interrotto ma la seconda ondata migratoria di una certa consistenza si considera sia avvenuta dopo il 1855, quando è terminata ufficialmente la schiavitù nei principati rumeni e molti Rom sono arrivati in Occidente, ma anche in Asia Centrale e nelle Americhe. Successivamente alcuni gruppi di Rom sono arrivati in Italia nei primi del Novecento e negli anni Sessanta, spinti da motivazioni prevalentemente economiche. Durante gli anni Novanta, a causa della guerra, un gran numero di famiglie Rom sono partite dall'Ex Jugoslavia. Anche se gli spostamenti di gruppi Rom e Sinti non si sono mai veramente interrotti, possiamo affermare che l'ultima ondata migratoria rilevante è avvenuta dopo l'ingresso di Romania e Bulgaria nella Comunità  Europea nel 2007. La possibilità  di spostarsi liberamente all'interno dei confini della Comunità  Europea ha permesso ai Rom rumeni e bulgari di attuare migrazioni continue e circolari e conservare un forte legame con la terra d'origine.



Cosa distingue fra loro le diverse comunità  romanì?

I passaggi e i periodi di permanenza in diversi territori e città  hanno determinato forti differenziazioni fra i gruppi di rom e leggendo la letteratura a riguardo ci si imbatte in centinaia di nomi diversi. Tutti i gruppi hanno confini sfumati e intersecati e sono mutevoli nel tempo. Consistono perlopiù in reti di famiglie e spesso le appartenenze dei singoli sono oggetto di ampio dibattito interno e possono cambiare in base all'interlocutore a cui si rivolgono e al contesto al quale ci si riferisce. Esistono pertanto nomi che si riferiscono a distinzioni geografiche di riferimento, come ad esempio i sinti piemontesi, prussiani (praistike), krasaria (del Carso), i Kalè walsenengre (gallesi), i rom abruzzesi, ecc. Molti gruppi si autodenominano con categorizzazioni per nomi di mestiere, come nel caso degli ursari (allevatori di orsi), lautari (musicisti), kalderara (calderai, ramai), giostrai, circensi ecc.
Se mestieri e territori d'appartenenza sono stati soggetti a frequenti cambiamenti e hanno generato confini sfumati e incerti, più nette sembrano essere le distinzioni che caratterizzano le autodenominazioni relative alla sfera religiosa fra Rom musulmani khorakanè, da khorà , Corano e Rom dassikanè, cristiani, letteralmente "rom dei dass", che in Serbia sono i serbi e in Romania i rumeni.
Accanto alle autodenominazioni c'è un numero altrettanto nutrito di nomi attribuiti dall'esterno, fra essi i più famosi sono senz'altro i termini zingari, tzigani, gipsy, gitani ecc. Nati da un errore che probabilmente accomunava questi gruppi alla setta degli atsiganoi o a profughi egiziani, questi nomi hanno assunto negli anni forti accezioni negative perciò le comunità  romanì, riunite per la prima volta in un Congresso Internazionale l'8 aprile 1971, hanno scelto di utilizzare il termine Rom, che in romanes significa uomo. Oltre alle distinzioni per zone geografiche, mestieri e religione, i nomi più diffusi sono, oltre a Rom, i termini Sinti e Kalè. Uniti da una probabile origine comune, questi gruppi si distinguono per tradizioni e dialetti che hanno acquisito negli anni di migrazioni e permanenza in territori diversi.
Diverso è il caso dei Travellers irlandesi, degli Jenisch svizzeri o dei Camminanti siciliani, questi gruppi sono probabilmente comunità  autoctone che sono state assimilate ai gruppi di rom dalla popolazione maggioritaria perché hanno uno stile di vita considerato comune a quello dei Rom.



Quali sono le attività  economiche dei Rom?

Le popolazioni romanì svolgono e hanno svolto svariate attività  lavorative che sono variate nei secoli in base alle congiunture economiche e alle esigenze di mercato e si distinguono per aree geografiche e scelte politiche.
Generalmente i Rom tendono ad inserirsi nella circolazione dei beni, andando a coprire le nicchie commerciali lasciate libere dalla società  maggioritaria e facendo pervenire beni e servizi dove il sistema distributivo locale è carente. Molti studiosi hanno sottolineato la capacità  dei Rom di individuare le esigenze del mercato adattandosi alle trasformazioni del tessuto produttivo cambiando spesso attività , a volte con cadenza stagionale. Molto diffusi sono e sono stati i mestieri legati alla lavorazione dei metalli, al recupero e vendita di rottami, il commercio ambulante e i mestieri dello spettacolo e del circo.

  Fonti

  • Piasere L., 2009, I rom d'Europa, Editori Laterza, Bari, pp. 70-71.
  • Rao A.,1995, Nomadi disconosciuti: per una tipologia delle comunità  girovaghe, in Piasere L.(a cura di) Comunità  girovaghe, comunità  zingare, Liguori, Napoli, pp.149-168.
  • Golino S., La teoria economica di fronte ai rom: elementi per la definizione di un'economia romanì, in Saletti Salza, Piasere (a cura di), Italia Romanì, vol. IV, Cisu, Roma, 2004, pp. 185-207.